L’intervista – Kato, un’esterna dagli occhi a mandorla

Mizuho Kato è rimasta al Tavagnacco nonostante la retrocessione in serie B, spinta anche dal desiderio di conoscere più a fondo l’Italia

Ha rinunciato a offerte dalla Germania e dall’Austria, Mizuho Kato, per rimanere al Tavagnacco anche in serie B, dove le gialloblù del presidente Moroso sono state inopinatamente retrocesse a tavolino, ritrovandosi penultime al momento dell’interruzione del massimo campionato a causa dell’epidemia di coronavirus e senza possibilità di continuare l’inseguimento che le stava riportando in zona salvezza.

Con tutte le altre straniere volate verso altri lidi, la calciatrice giapponese ha preferito restare ma il momento che sta attraversando, impiegata solo a spizzichi e bocconi dall’allenatrice Orlando, non è dichiaratamente per lei dei più felici: “Il campionato di serie B è difficile, anche perché siamo obbligate a vincere per rimanere agganciate al treno-promozione – dice Mizuho – . Ma la squadra è giovane e pur giocando bene non sempre le vittorie arrivano”. Esterna di centrocampo, rapida, ricopre un ruolo dispendioso che gli piace ma che deve ancora fare suo, tanto da essere appunto per ora poco impiegata, con relativo venir meno in lei della giusta serenità.

MOTIVAZIONI – Ma se ne fa anche se a malincuore una ragione pensando alle motivazioni di fondo che l’hanno appunto convinta a rimanere in Italia: “Voglio rimanere qui due o tre anni – dice, esprimendosi anche in un italiano ancora faticoso – , per imparare bene la vostra lingua e conoscere più a fondo il Paese che mi ospita e di cui finora ho visitato magnifiche città come Firenze, Roma e Venezia. Poi penso che ritornerò in Germania, dove ho giocato a Colonia prima di venire qui”. Esperienza, sottolinea, che molti giapponesi vorrebbero fare, animati come sono dall’amore per l’Europa. Lei, laureata in Educazione sportiva,  si vede in futuro impegnata nel mondo dello sport in un ruolo ancora da definire, mentre al presente la sua quotidianità è riferita principalmente al Tavagnacco: “Ci alleniamo ogni giorno alle 17 – riferisce – e nel tempo libero frequento spesso una palestra. Per il resto faccio le cose di tutti”.

In Giappone, causa emergenza covid e spese di viaggio (mille euro andata e ritorno, evidenzia), da tempo non ritorna, né per gli stessi motivi i suoi familiari vengono a farle visita. E di se stessa, della famiglia e del suo Paese riporta alcune note simpatiche: “Mio padre giocava a calcio a Mizuho City, cittadina non lontana da Nagoya, nel centro del Giappone, per questo mi ha chiamata così. Nel mio Paese il calcio è seguito ma molto di più lo è il baseball, non il sumo, come si pensa in Occidente”. E nel congedarsi Mizuho ricambia sorridendo il bacio di saluto: “In Giappone ci si inchina ma ho imparato la moda occidentale”. (Edi Fabris)