Basket – Michele Antonutti, il Cigno sulla linea dei tre punti

“Giovani cronisti crescono. Ecco l’intervista al capitano dell’Apu, Michele Antonutti, scritta da un giovane studente tredicenne, Matteo De Cecchis, che evidenzia talento, conoscenza dell’argomento e buona scrittura, basi essenziali per il nostro non facile mestiere”.

Michele Antonutti è un cestista Italiano che gioca come capitano nella squadra di Udine, L’APU, e che ha indossato anche la maglia azzurra. È nato il 19 Febbraio del 1986,  alto due metri e cinque centimetri e pesa novantanove chili. Durante la sua carriera ha ricoperto i ruoli di ala piccola, ala grande ed in alcuni casi ha giocato come ala-guardia ed ala-centro. È un giocatore molto abile vista la sua media di 9.3 punti, 4.5 rimbalzi, 1.6 assist, 0.2 palle rubate e 0.2 stoppate. Oltre a essere un grandissimo giocatore, il suo impegno  anche rivolto ai giovani attraverso un campo estivo di basket (All Star Academy) dove lui personalmente trasmette ai ragazzi di ogni et  non solo le abilità tecniche, ma anche la sua grande passione per questo sport.

1. Chi ti ha fatto conoscere il basket, a quale età?

Il basket l’ho conosciuto a cinque anni anche se inizialmente mi piaceva molto giocare a calcio ed ero appassionato di difesa. I miei genitori mi hanno fatto conoscere la pallacanestro, mi dissero di andare a provarla poiché  tutti i miei amici giocavano a Pasian di Prato e da lì è nato l’amore.

2. Hai un idolo? Una persona che ti ha spinto a migliorare? Credi di aver raggiunto il suo livello?

Si, il mio idolo è  sempre stato Toni Kukoč, che è  un giocatore che tra voi giovani  è poco conosciuto ma ha fatto la storia con gli Chicago Bulls e Michael Jordan. Lo ammiravo per le sue doti atletiche sorprendenti. A quei tempi aveva anche giocato a Treviso, e questa per me era una storia magica. Qualche anno fa, sono andato a giocare là , nella stessa palestra in cui ha giocato lui. Ero molto emozionato di essere nello stesso posto in cui era stato il mio idolo. Poi è successa una cosa curiosa, quando sono andato a decidere il mio posto in panchina, il custode, dopo aver tolto tutte le fascette, mi disse che nel sedile che avevo scelto si era seduto proprio Toni Kukoč. Questa strana coincidenza mi rese ancora più felice ed eccitato.

3.  È sempre stato il tuo obiettivo diventare un cestista di professione o, inizialmente, avevi altri piani per il futuro?

Io sono testardo, quindi quando mi metto a fare una cosa non mollo. Ci ho sempre creduto, perché amavo questo sport. Tuttavia, il mio grande sogno non era di diventare un grande campione o entrare nell’NBA, il mio obiettivo era di riuscire a dare sempre il massimo di quello che avrei potuto fare giocando a pallacanestro. Cioè, se avessi giocato in Serie C sarei stato contento ugualmente, ma solo se quello fosse stato il mio vero limite. Devo ringraziare la mia famiglia per i traguardi che ho raggiunto oggi, perché quando iniziai a giocare come professionista, all’età di diciassette anni, ancora andavo a scuola e si sa che quando i ragazzini entrano nel mondo dello sport professionale non sono più motivati allo studio, infatti tanti lo mollano. Invece, i miei genitori sono stati molto duri, mi imposero che se non avessi finito il percorso scolastico non mi avrebbero lasciato giocare. Ancora oggi li ringrazio, perché mi hanno aperto a molte possibilità, anche se poi, ho continuato la mia carriera come cestista.

4. Quando è stata la prima volta che sei apparso nei giornali? Perché? Qual è stata la tua reazione e quella della tua famiglia?

Sono apparso nei giornali molto giovane, avendo talento. Facevo tanti canestri, avevo anche fatto un record, che c’è ancora, dopo aver segnato nove canestri su nove dalla linea da tre. Il più bel ricordo è quello di mio nonno, che purtroppo ci ha ormai lasciati, perché prendeva sempre il giornale per vedere se c’ero, e se sì, ritagliava l’articolo su di me e me lo portava. Siccome sono molto simile a mio nonno, sia per aspetto che per carattere, anche io, adesso, controllo il giornale per vedere se ci sono, e questo mi fa ricordare i bei momenti passati con lui.

5. Quali qualità bisogna avere per essere un buon capitano?

Bisogna prima fare un passo indietro verso se stessi per poi farne uno verso la squadra. Non è facile essere un capitano, poiché l’ego di un giocatore ti porta prima a pensare a te. Ancora al giorno d’oggi trovo che questo ruolo sia difficile, perché, in una squadra, ci sono nazionalità diverse, religioni diverse, usanze diverse ed idee diverse, quindi bisogna cercare di creare un ambiente di sinergia, di rispetto e di tolleranza tra tutti. Perché quando le cose vanno bene, lo spogliatoio diventa una festa, ma quando vanno male bisogna stare attenti per mantenere tutti nella stessa direzione.

6. Quali sono le capacità sia mentali che tecniche di cui vai più fiero?

Credo che le mie capacità mentali di cui vado più fiero siano la perseveranza e la passione. Sulla passione apro sempre una parentesi dicendo che per me   importante perché, questo sentimento, nei momenti belli, ti aiuta a migliorare, e nei momenti brutti ti aiuta a non mollare. Quindi la descrivo come il collante tra tutte le situazioni che una persona può vivere. Invece, le capacità tecniche in cui sono più bravo sono la visione di gioco, che adesso mi è importante essendo un capitano ma anche non avendo più l’esplosività di tanti anni fa, e anche l’abilità nelle mani, le quali mi permettono di aiutarmi là dove il fisico non arriva.

7. Ti è mai successo di non sentirti capace di sostenere la tua squadra? Magari in una partita difficile o molto importante? Come hai gestito la situazione?

Quando ero più giovane, certe volte non mi sentivo capace di sostenere la squadra perché non riuscivo a trovare la via di comunicazione. Invece, al giorno d’oggi, mi sento sicuro nel scegliere il giusto modo per collegare tutti i giocatori. Tuttavia, questo non è facile, non è scontato che tutti abbiano la tua chiave di lettura, perché ogni ruolo ha le sue preoccupazioni, ogni età ha le sue preoccupazioni, ogni momento della stagione di ciascun giocatore ha le sue preoccupazioni. Quindi bisogna trovare uno stato d’animo, un’emozione comune o uno stimolo che raggruppa tutta la squadra. Ci sono delle volte in cui bisogna essere molto duri, e ci sono delle volte in cui si deve dare un sorriso per rassicurare gli altri, anche se la situazione è tesa.

8. Durante il periodo della pandemia, ti è successo di perdere la motivazione all’agonismo? Se sì, cosa hai fatto per recuperarla?

La motivazione a giocare non l’ho mai persa. Invece avevo una preoccupazione: per me, adesso, ogni anno perso ha un peso specifico, perché non ne avrà tanti altri per giocare. Quindi per me ogni partita è speciale, ogni allenamento è speciale, perché il mio viaggio è verso l’arrivo, quindi ogni momento in cui gioco a basket come agonista me lo vivo a pieno. La cosa che mi ha dato la grande carica e la motivazione per andare avanti sono stati i ragazzi. Io ho un progetto con questo campo estivo che coinvolge tantissimi ragazzi. I giovani e la loro voglia di giocare a pallacanestro sono sempre stati il fulcro della mia energia. Il loro desiderio di allenarsi, anche durante questa pandemia, mi ha commosso. Infatti durante il “lockdown” mi chiedevano di mandargli video con qualche esercizio da fare a casa, per non rimanere fuori forma, questo mi ha dato la benzina per la mia passione.

9. Tanti ragazzi in momenti difficili, come la pandemia o anche un infortunio, perdono la motivazione non sentendosi più come prima. Cosa gli consiglieresti?

La passione è la chiave per la motivazione. È da questo sentimento che si deve prendere l’energia nei momenti in cui ti verrebbe di mollare. Lo sport è come una vita, però a una velocità dieci volte maggiore di quella normale. Nello sport ci sono continue emozioni con dei picchi, infatti può essere descritto come le montagne russe. Nei picchi bassi ti verrebbe da mollare, ma se una persona è veramente appassionata al basket, migliorerà, crescerà e imparerà a gestire le montagne russe dello sport.

10. Hai mai considerato di andare a giocare all’estero, magari nell’NBA, come sognano molte persone? O preferisci continuare la tua carriera qua in Italia?

Ho sognato tanto, sono andato con l’Italia negli Stati Uniti, sono stato osservato dagli “NBA scouts”, per , come dicevo prima, il mio obiettivo era di riuscire a fare il massimo a cui potevo arrivare. È sempre stato un sogno riuscire ad entrare nell’NBA, e rimane un sogno anche adesso, però, ormai è un sogno che rimane nel cassetto, ma spero di avere dei compagni che possono raggiungere questo traguardo. Sono soddisfatto dei risultati che ho raggiunto, come vestire la maglia azzurra. Quello è stato molto bello perché unisce tutti noi italiani; non importa dove giochi, che sia a Udine, a Napoli o Messina, questa maglia racchiude tutti. Non ho mai deciso di andare e giocare all’estero perché ho vissuto gran parte della mia carriera quando l’Italia era in un punto di arrivo, non di partenza, cioè, questo paese, era in un momento, sia sportivo che economico, molto alto. Quindi quando si arrivava a giocare qua si pensava: “dopo c’è solo l’NBA”. Adesso, invece, il periodo è cambiato: quando uno viene in Italia viene per rilanciarsi, viene per poco tempo e se ne va via. Io ho amato e amo ancora l’Italia quindi non mi pento di essere restato qua. Devo dire però che aver giocato all’estero con la nazionale italiana è stato molto motivante, poiché sei tu e il tuo paese contro tutti.

di Matteo De Cecchis, 13 anni