Colosetti: “Il Senegal è la nuova frontiera del basket”

Luigi Colosetti in Senegal
Luigi Colosetti in Senegal
Luigi Colosetti in Senegal

Il Senegal è la nuova frontiera del basket mondiale. Fra quanti lo sostengono c’è pure l’allenatore udinese Luigi Colosetti, di recente inviato nel Paese africano affacciato sull’Atlantico da un’agenzia internazionale a visionare nuovi talenti. Ma perchè proprio il Senegal? «Il motivo dominante è dato dalle caratteristiche fisiche di una popolazione dalla statura media molto alta, perciò teoricamente adatta alla pallacanestro – spiega Colosetti – . Ma non si pensi che io vi abbia trovato solo altezze eccellenti, perchè anche dal punto di vista tecnico ho visionato e allenato giovani atleti molto ben preparati da istruttori locali qualificati. E oltre a questo, nei ragazzi c’è fame di emergere ed entusiasmo (indescrivibile la loro gioia nel ricevere la muta di maglie donate dall’imprenditore friulano Mazzilis) e con questo obiettivo s’impegnano sempre al massimo, pendendo dalle labbra dei loro istruttori».

Una realtà più rosea del previsto della quale l’allenatore della Cbu ha preso atto viaggiando dalla capitale Dakar, che si affaccia sull’Oceano, all’entroterra: «Anche a livello organizzativo il Senegal mi ha offerto un’ottima impressione. Sono state infatti create delle Academy, con scuole a livello di quartiere e playgrounds autonomi o dipendenti dalle scuole. Nell’operarvi c’è inoltre la tranquillità dettata da una situazione politica meno fragile di quella di altri Paesi africani. Il Senegal è in sostanza una nazione emergente e affidabile».

Sono gli impianti, invece, testimonia Colosetti, a lasciare molto a desiderare: «I campi di basket sono generalmente all’aperto (ma la temperatura non scende mai comunque al di sotto dei 18 gradi), dal fondo in cemento qua e là sconnesso e i ferri dei canestri spesso ballonzolanti. I palloni, poi, sono perlopiù usati. Le condizioni in cui si gioca, in sostanza, sono piuttosto disagiate. Ciò che colpisce, comunque, rispetto all’atteggiamento dei nostri ragazzi, è il grande impegno dei giovani senegalesi, concentratissimi in allenamento e durante gli incontri ed estremamente rispettosi nei confronti dei loro allenatori. Questo anche perchè in essi c’è lo stimolo offerto dalla possibilità di emigrare e andare a guadagnare con lo sport in Paesi più evoluti».

Durante la sua “mission” nel Senegal, Colosetti ha potuto visionare e allenare ragazzi delle classi 1997, ‘98 e ‘99, tutti dallo spiccato atletismo. «C’erano persino dei 2,11 – precisa il tecnico – , anche se il top, già peraltro seguito dall’Nba, è un play di 2,01 del ‘99. In prevalenza i migliori vanno nelle High School statunitensi e in seguito nelle Università. Molti anche in Spagna, che controlla tre Academy senegalesi. Perchè non in Italia? Beh, il nostro basket non riesce sotto questo aspetto a vincere economicamente la concorrenza di quello americano e spagnolo».

La classe media, nel Senegal, non esiste e, come riferisce l’allenatore friulano, i giovani cestisti appartengono a famiglie benestanti ma anche ad altre che non hanno di che sfamarsi. Uno che è riuscito ad elevarsi è sicuramente il 2,08 Moussa Keita, che di recente ha disputato le Final four dell’Ncaa con Syracuse e che qualche anno fa giocò con Fabio Mian al Jordan Classic del Madison Square Garden di New York. Un punto di riferimento per i giovani senegalesi che ora ce la mettono tutta alla ricerca di una vita migliore. Solo il Senegal, comunque, nuova frontiera africana? «Anche l’Angola ha una buona tradizione cestistica – constata Colosetti – ma non stature molto elevate e la Nigeria è attualmente un posto poco sicuro, dov’è arduo operare». (Edi Fabris)