Il nostro treno va a ritroso

Nino Cescutti, Gianfranco Pieri, Paolo Vittori, Flavio Pressacco

Pressacco, Cescutti, Pieri e Vittori
tra passato e presente.
Come tornare ai  momenti d’oro?,
si domandano.

  Cosa c’è di diverso tra il basket del periodo 1950 – 1980 e quello in progressiva depressione degli anni successivi?, si chiede Flavio Pressacco, che poi prova a darsi delle risposte: sarà forse anche la preponderanza del calcio o la crescente popolarità di sport come la pallavolo o il rugby. Forse, appunto, perché in realtà, considera l’uomo di sport e di scienza, la pallacanestro italiana ha proceduto molto lentamente negli ultimi decenni e quella del Friuli Venezia Giulia ha imitato addirittura il passo del gambero. «Siamo addirittura giunti al punto di non allineare più nemmeno una squadra regionale in serie A, quando negli anni Settanta ogni provincia ne schierava invece una. Negli anni Sessanta la pallacanestro costituiva un’immagine di modernità di stampo americano e chi vi giocava era considerato à la page. Il treno, allora, viaggiava velocissimo, e dagli oratori e dai campetti in cemento all’aperto si andò a giocare in palazzetti riscaldati e confortevoli. E anche i vivai erano fertili e prolifici di campioni. Poi il lento declino. Perché e come ripartire? Se ci si pongono le domande giuste prima o poi le risposte arrivano e in ogni caso, se ci sono le idee, anche il denaro».

I nomi di quei campioni fioccano in effetti come la neve e senza troppi sforzi mentali: Pieri, Vittori, Cescutti, Vescovo, Sardagna, Iellini, Paschini, Brumatti, Polzot, i Savio, Galanda…e si potrebbe continuare a lungo. Un paragone tra il passato e il presente lo può effettuare concretamente il goriziano Paolo Vittori, una carriera sfolgorante, oltrechè con la maglia azzurra, sulle piazze prestigiose di Bologna, Milano, Varese, Napoli e Rieti e attualmente ancora operativo, nonostante sia un “over 70”, nel settore giovanile di un club lombardo.

«Posso dire di essermi divertito – ammette Vittori con il suo stile asciutto, alternando l’italiano all’amata parlata goriziana – . Era il tempo degli amici, dell’aggregazione, dei pochi soldi, del panino in compagnia dopo la partita. Di difendere non avevo molta voglia, anche perché penso che, anche per il pubblico che paga il biglietto, sia meglio votarsi all’attacco anziché alla difesa. Vince chi segna un punto in più, non chi subisce meno canestri, questo dev’essere il principio. Come si dice…Se sei lontano dal canestro tira, se sei vicino entra e se non segni…vai fuori!».

E poi il presente, quello che appunto lo vede ancora operativo. «Agli allenatori dico di far giocare i giovani, di pensare a loro anziché al proprio tornaconto personale. E ai dirigenti: devono spiegare le cose ai ragazzi anziché soprattutto rimproverarli o penalizzarli. Mancano poi i soldi, si dice, ma a mio avviso sono più importanti la mentalità e il saper coagulare le energie».

«“Non avevamo i fisici supervitaminizzati dei ragazzi di oggi – aggiunge Nino Cescutti, anch’egli azzurro e carico di gloria con le maglie di Milano, Pesaro e Varese oltrechè con quella della Snaidero della promozione in A – , ma più di loro avevamo passione e amicizia fra noi. Una cosa che non sopporto dei genitori di oggi? Che portino la borsa ai figli e che protestino con l’allenatore se il pargolo non gioca. Un po’ di ritorno all’antico, sotto questo punto di vista,non guasterebbe”.Riguardo alla possibilità di una squadra regionale unica in serie A, il popolare Nino scuote il capo: “Non credo sia il caso neppure di parlarne, perché al di là dei problemi di ordine economico o logistico, il campanilismo non cesserà mai di esistere».

Chi invece si è staccato completamente dal mondo del basket è Gianfranco Pieri, il play triestino che il “principe” Cesare Rubini portò al Simmenthal Milano degli anni d’oro, facendone un mito della pallacanestro italiana. «Vedo la pallacanestro come un altro sport rispetto a quello dei miei tempi – dice – . I ricreatori oggi sono deserti, i ragazzini sono presi da mille altri impegni e interessi oltre alla pallacanestro e mancano loro gli esempi concreti dai quali imparare. La mia generazione ha avuto nel dopoguerra sotto gli occhi quello degli Alleati, dai quali ha avuto molto da apprendere solo guardando le loro partitelle. Solo così si può crescere, al di là di tutte le teorie che vengono proposte ai giovani dai loro allenatori». Un messaggio di ottimismo giunge comunque dal presidente regionale Giovanni Adami: «I campetti sono vuoti, è vero, e sarebbe bello poter tornare agli oratori come scuola di basket. Diciamo comunque che la nostra regione non sta male, anche se mancano le squadre di vertice. Speriamo di rivedere la serie A, certo,ma non molliamo però le altre categorie e i settori giovanili che comunque stanno lavorando bene».

 di Edi Fabris