Selma Delibasic la ragazza con la valigia

La guerra, la fuga da Sarajevo, il difficile inserimento in Svezia, la laurea negli Stati Uniti, il basket in Spagna e in Italia: una realtà romanzesca quella vissuta da Selma Delibasic, ventinovenne nuovo centro dello Sporting Udine.

“Avevo dodici anni quando sentii cadere le prime bombe e non capivo perchè – ricorda l’atleta bosniaca – , nè comprendevo il motivo per cui anche in noi bambini si cercava d’instillare dell’odio quando fino a poco prima avevamo giocato insieme.
Ed anche a Trollhattan, vicino a Goteborg, dove mia madre aveva dei parenti, non fu facile legare con gli altri profughi, appartenenti ad etnie e religioni diverse. Fu un periodo traumatizzante ma a 14 iniziai a fare sport, pallamano, pallavolo e tennis, prima di dedicarmi completamente alla pallacanestro, seguendo in palestra un’amica con la quale tuttora sono in contatto”. Primi passi nel basket compiuti sotto la guida di Michael Hallberg, il suo primo allenatore. “Una persona che mi fece sentire la sua fiducia, aiutandomi a crescere sotto diversi aspetti – continua Selma – . Mio padre. che era rimasto a Sarajevo, mor» quando avevo quindici anni ed io, che avevo frequentato il liceo scientifico, tramite alcune conoscenze di mia madre, ebbi la fortuna di vincere una borsa di studio che mi portò a Pittsburgh, alla Duquesne University, dove ottenni una laurea paragonabile a quella di scienza delle comunicazioni italiana”.
Per Selma Delibasic, che con il mitico Mirza dichiaratamente non ha alcun rapporto di parentela, fu la svolta. Forgiata da regole di college che vincolavano la prosecuzione dell’attività sportiva ad un buon rendimento negli studi, la ragazza, con il pezzo di carta tra le mani e una buona predisposizione per le lingue peraltro peculiare delle popolazioni dell’est europeo (conosce, oltre al serbo-croato-bosniaco, anche lo svedese, lo spagnolo, l’inglese, il tedesco e l’italiano), si dedicò alla carriera professionistica nel basket.
“Cresciuta negli Stati Uniti da 4-5, nel 2003 andai in Spagna, nella piovosa Galizia, dove giocai per due anni prima di passare al Caceres, in Estremadura – Selma ripropone il film di quel periodo – . Poi l’Italia, per due anni nella piccola Umbertide e lo scorsa stagione a Napoli, convinta dalla mia agente Liliana Paparazzo”.
A Udine Selma si è adattata subito al gruppo e all’ambiente esterno, anche se, dice, c’è da lavorare ancora per una perfetta integrazione nel gioco della squadra.
“Il basket del nord è più tecnico, quello del sud più fisico e questo non mi dispiace. Ma mi trovo inserita in una squadra giovane, che predilige giocare a cento all’ora, portata a basare la propria manovra più sugli esterni che sui centri. Dovremo perciò adeguarci reciprocamente alle rispettive tipologie di gioco per ottenere un perfetto equilibrio di squadra”.
E’ una perfezionista, la pivot dello Sporting, e le videocassette costituiscono per lei parte integrante del proprio lavoro.
“Certo, mi piace studiare ogni dettaglio delle prossime avversarie – conferma -. I risultati finora ottenuti lasciano pensare che abbiamo finora vinto facile ma se cos» è stato è successo anche perchè abbiamo approcciato mentalmente al meglio le avversarie di turno. Ma fisicamente siamo ancora alle prese con qualche noia di troppo”.
E sabato un primo test-verità sul parquet di un finora deludente Milano.
“Ne parlano come di una delle favorite per la promozione – considera Selma -. Per noi una prova importante”.