Signori, si può fare

Massimo Blasoni ci sta a ricominciare.

Il presidente onorario del Pool,
Massimo Blasoni, si dichiara possibilista riguardo
alla riproposizione di un basket
di vertice sostenibile a Udine,
con il ritorno di Edi Snaidero e l’ingresso di un nuovo socio

 

Si può fare. I rumors che il nostro giornale aveva proposto qualche tempo fa non erano campati in aria e a testimoniarlo c’è ora la palese dichiarazione d’intenti di Massimo Blasoni, già parte attiva di un Progetto Snaidero poi svanito suo malgrado nel nulla e attualmente presidente onorario del Pool basket Udine. 

«Per quanto mi riguarda ci sto a ripartire e ne ho già parlato con Edi Snaidero – ammette l’imprenditore – . Reperire un terzo socio non dovrebbe essere poi così difficile». Terzo socio che all’esterno si vorrebbe intravedere in Alessandro Calligaris, senza però tener conto della più volte manifestata intenzione dell’imprenditore manzanese di contribuire unicamente alle sorti sportive del Triangolo della sedia per puro spirito filantropico, evitando coinvolgimenti esterni alla zona. Calligaris o no che sia, l’esternazione di Blasoni è comunque di quelle che conferiscono nuove energie alle speranze dei cestofili friulani orfani di categorie di un certo livello. Ma sarà poi serie A quella dalla quale il presidente onorario del Pool intenderebbe ripartire? Blasoni lo esclude a priori e per motivi prettamente economici.

«Facendo un conto – analizza – la Leguadue costa mediamente due milioni e mezzo di euro, con incassi derivanti dalle vendite dei biglietti sui centomila: ergo, si tratterebbe di reperire una differenza troppo elevata soprattutto in relazione al critico momento economico attuale. Più abbordabile sarebbe invece l’attuale Dn A, i cui costi sono la metà di quelli della categoria superiore. Il principio di base è quindi quello di mirare ad un campionato di buon livello ma economicamente sostenibile».

Sperare nell’avvento di un mecenate, poi, sottolinea Blasoni, è oggi come oggi assolutamente fuori luogo e anche la così chiamata Polisportiva non è in grado di far fronte a determinate esigenze.

«Il basket non ha gli introiti del calcio e le aziende tagliano soprattutto le spese relative alla pubblicità, a meno che appunto a fronte dell’investimento non vi sia un ritorno elevato. Pensare poi a una polisportiva sul modello Real Madrid o Barcellona dalle nostre parti è improponibile in primis per bacino d’utenza. Utopistico pensare poi, come accade in quelle realtà, che a fine stagione gli eventuali buchi vengano coperti da un presidente di manica larga».

Per Demis Cavina, che guidò la Snaidero in Legadue nel 2009/20120 prima di cedere alla tentazione-Veroli, la rinascita non può prescindere però esclusivamente dal fattore economico. 

«L’abitudine è spesso quella di nascondere altri problemi dietro alla parola crisi – considera il tecnico emiliano – .  Il fatto è che oltre ai soldi mancano le idee, quelle che altri sport hanno e che hanno consentito loro di superare il basket in quanto a popolarità. Alla base il lavoro dei tecnici è comunque buono ed è questo soprattutto che personalmente mi rende ottimista. Oltre a questo sarebbe poi necessario che i regolamenti obbligassero ad inserire due o tre italiani in campo, non solo nel roster, perché così va a finire che nei cinque che giocano ci sono quattro stranieri, se non tutti, e allora inutile darsi tanto da fare per valorizzare il prodotto nostrano. Ogni anno cambiano le regole ma la sensazione è quella che lo si faccia in ossequio al tornaconto di pochi, non a quello del basket italiano in generale».

Sul concetto di “italiani” si sofferma poi l’arbitro internazionale Pozzana: 

«Italiano dev’essere considerato il giocatore cresciuto nei nostri vivai, a prescindere dalla razza. Gli altri, i Bosman A, B e via dicendo, che non sanno una parola della nostra lingua ma vengono considerati italiani perché sono certe regole a consentirlo, costituiscono assolutamente un nonsenso».

Un’idea dei problemi del basket italiano che ha commentato per anni dai microfoni dell’emittente nazionale ce l’ha anche il giornalista Gianni Decleva.  

«Quello principale è relativo ai dirigenti, al di là del fattore economico – dice l’ex radiocronista triestino – : se sono validi come ad esempio a Cantù i risultato possono arrivare a prescindere dagli investimenti. Al contrario, leggi Milano e Roma, dove i quattrini non mancano, i successi stentano ad arrivare. E poi manca una seria politica da parte della Lega basket, dove predominano i litigi intestini e gli interessi personali. La ricetta per migliorare? Valorizzare il “prodotto” locale, agganciare i personaggi-simbolo e diminuire il numero degli stranieri. Tornare insomma un pò all’antico». 

 

di Edi Fabris