bentornato

immaginate che Giampaolo Pozzo, preso da irrefrenabile febbre da scudetto, ingaggi Beckham e Cristiano Ronaldo, da affiancare ai talentuosi virgulti che oggi vediamo bruciare le zolle del nostro stadio. Un’operazione di risonanza planetaria, incredibile, al limite della follia in una piazza che non sia Madrid o Barcellona, Londra o Manchester.

Ebbene: trasferite uno scenario del genere indietro di 26 anni e avrete la misura del clamore che suscitò l’ingaggio di Zico, allora trentenne ma considerato ancora il migliore calciatore al mondo, da parte dell’Udinese. Un’Udinese (dall’era Sanson passata sotto l’ala protettrice di una potenza come il gruppo Zanussi capeggiato dal cavalier Lamberto Mazza) che si era messa in testa, appunto, di vincere il titolo nazionale. Fu proprio annunciandogli la fascinosa prospettiva che Franco Dal Cin, plenipotenziario del club bianconero, convinse l’asso brasiliano, che in Sudamerica aveva vinto tutto, a trasferirsi in Friuli.
Zico venne, offr» saggi indimenticabili della sua classe, non vinse, soffr» di ripetuti guai fisici e sub» persino l’onta di un processo per reati fiscali, fino al distacco, quasi una fuga. E’ una storia breve (663 giorni) e intensa quella di Zico a Udine, una vita consumata in due stagioni che qui hanno lasciato una traccia indelebile, da leggenda. Non importa sapere se furono ragioni di prestigio, di potere o di business, oppure di tutto un po’, a muovere chi lo volle in maglia bianconera. Ci piace invece sottolineare la valenza che la nostra gente dette al campione di Rio, nel quale proiettò la propria immagine verso il mondo, identificazione che spezzasse un retaggio di sudditanze o di meriti mai abbastanza riconosciuti. Era il Friuli uscito dalle lacrime del terremoto, che aveva sudato e ancora faticava per ricostruire, un Friuli che voleva anche divertirsi e contare. Fu un momento di esaltazione collettiva che di negativo ebbe soltanto qualche eccesso di entusiasmo (intitoliamogli una piazza) e di diffidenza verso il potere (o Zico o Austria), inevitabile in chi teme gli sia sottratto il giocattolo più bello.
Zico suscitava anche tenerezza. Hanno fatto epoca il suo stupore davanti alle nevi dello Zoncolan, e i mali di testa invernali che colsero lui e i familiari nella villa del Morena per colpa – si scopr» – dei termosifoni a tutto gas privi di umidificatori. E quando mai avevano avuto bisogno dei caloriferi i Coimbra? Ciò che più abbiamo apprezzato di Zico uomo è stato il suo calarsi nella vita friulana con umiltà , pronto a capire e a imparare, certo che ne avrebbe ricavato un arricchimento. Non la star bizzosa e arrogante, quindi, ma persona aperta, intelligente, curiosa e sensibile, prima ancora che campionissimo e idolo delle folle. Sangue portoghese, lo stesso spirito dei grandi navigatori lusitani che correvano incontro all’ignoto: un desiderio di scoprire e di conoscere che Zico ha manifestato anche nella nuova carriera di allenatore, spesa lontano dal suo Brasile tra Giappone e Turchia, tra Uzbekistan e Grecia.
Sul campo, in tempi frequentati da giganti come Platini e Maradona, Arturo ha rappresentato un modello unico, non sovrapponibile ad alcuno dei grandi del passato. Di tutti (Pelè, Garrincha, Di Stefano) aveva qualcosa, miscelato in maniera originalissima. Una dote su tutte? La semplicità, la capacità di rendere lineare una giocata impossibile, di trovare sempre la soluzione migliore. Uomo squadra, ispiratore, micidiale realizzatore: negli ultimi 20 metri folgore immarcabile, a meno di non ricorrere alla scorrettezza. E poi i calci di punizione, la specialità della ditta: il piede che raccoglieva molto sotto il pallone e la gamba, fino alla massima estensione, l’accompagnava con un movimento rapido eppure dolce. Un telecomando infallibile che guidava la sfera oltre la barriera, facendola planare negli angoli meno protetti. Irripetibile l’atmosfera che permeava lo stadio, sul quale aleggiava l’attesa, l’elettrizzante tensione per il suo gol che prima o poi sarebbe arrivato. L’immenso respiro del Friuli s’arrestava quando il Galinho si accingeva al calcio piazzato, secondi di apnea prima di scatenare cuore e polmoni nell’urlo liberatorio del gol. Era esaltazione collettiva, si andava allo stadio nella certezza della festa, dell’abbraccio totale.
Molti hanno sostenuto che l’erede di Pelè era un lusso spropositato per una platea come quella friulana. Una tesi bocciata dai numeri: 27 mila abbonamenti, 40-50 mila presenze alle partite, il nome di Udine che girava in tutto il mondo. Semmai è vero che Zico si calò in un’Udinese cresciuta troppo in fretta, che non aveva ancora consolidato le proprie strutture societarie e di squadra. Un fenomeno del genere andava gestito con ogni delicatezza, attenti a ogni sfumatura. Avvertenze che non scattarono l’8 marzo dell’84 quando Zico fu mandato in campo al Rigamonti di Brescia, per un’amichevole che avrebbe fruttato una manciata di milioni di lire, appena rientrato da una vacanza al sole del Brasile. Poco allenato, si calò in un pomeriggio gelido e fu il principio della fine: una coltellata a muscoli potenti ma delicati che poi non sarebbero stati più quelli di prima.
L’Udinese, allora, filava in piena zona Uefa, davanti a Milan e Samp: Zico, e prima di lui Edinho e Causio, avevano iniettato nella squadra una nuova mentalità, si giocava alla pari con tutti e sempre per vincere. I giovani (Miano, Gerolin, De Agostini, Mauro) erano cresciuti a dismisura specchiandosi in cotanti personaggi; e pure un manovale del pallone come Cesarone Cattaneo si sentiva un po’ brasiliano, tanto che in quel campionato dai ruvidi piedoni dello stopper fluirono meraviglie tecniche impensabili. Il tutto sotto la regia del rampante Enzo Ferrari, l’amico allenatore capace di gestire i ragazzi e i campioni con la forza del lavoro e della convinzione. Non ancora grandissima, perchè nel calcio i processi di maturazione vanno lenti, epperò era davvero una bella squadra quell’Udinese, che per oltre un mese riusc» a tenere botta senza la sua star infortunata. Al rientro, Zico trovò l’Udinese ancora in corsa seppure un tantino spompata. Mancavano tre partite alla fine, 270 minuti in cui i bianconeri rovinarono tutto subendo tre sconfitte, bruciante l’ultima, in casa contro il Milan, con Zico di nuovo “stirato”. Trentun punti, addio Uefa, lontana soltanto due lunghezze.
Qui fin» l’Udinese dei sogni, qui si concluse la vera storia di Zico a Udine. Perchè la stagione successiva – affrontata con Vinicio allenatore e senza Causio e Virdis, ceduti, segno inequivocabile di ridimensionamento, e con l’asso brasiliano più ai box che in campo per malanni muscolari sempre più frequenti- si risolse in un mezzo fallimento, due punti sopra la zona retrocessione. L’ultima immagine di campo (12 maggio 1985, penultima di campionato) ritrae Zico scatenato contro l’arbitro leccese Pirandola, che aveva convalidato il gol del 2-2 per il Napoli segnato con la mano da Maradona. Fu punito con 5 turni di squalifica. Dodici giorni dopo, emaciato e con la barba incolta, si presentò davanti ai giudici per rispondere di reati fiscali, lui che non teneva neppure i conti di casa! E infatti, anni dopo, la vicenda si chiuse col proscioglimento.
Un finale doloroso e sbagliato. I friulani si sono dati da fare per riscrivere l’ultimo capitolo richiamando Zico a Udine nella Pasquetta del 1989 per la partita d’addio alla Selecao. Non meno bella e coinvolgente, oggi, l’iniziativa del suo club di Orsaria di Premariacco, che lo vuole cittadino onorario. Bentornato Galinho, sarà un piacere stringerti la mano.