Pontoni, non si tratta così un campione

Variano, paese di ciclofili, da oltre mezzo secolo una delle capitali in Friuli Venezia Giulia dello sport della bici. Lui, Daniele Pontoni, gli ha dato notorietà  internazionale. Della frazione del Comune di Basiliano è diventato il figlio più illustre, anche se da oltre un decennio abita a Muris di Ragogna. La casa dei genitori ha rappresentato l’ideale rifugio per rilassarsi e starsene in serenità  dopo i duri impegni agonistici e per rimanere lontano dalle situazioni critiche che ha dovuto affrontare. Un fuoriclasse del ciclocross, dura disciplina con scenario i mesi invernali. Il lusinghiero riconoscimento gli calza a pennello.

– Com’è cominciata questa sua avventura in sella alla bicicletta?

“In maniera casuale. Da ragazzino amavo il calcio. Poi è capitato: avevo tredici anni. La prima volta col ciclocross è stato, quindicenne, ad Avilla di Buia”.

 E, allora, ha capito che in simile direzione doveva insistere.

“No, questo è avvenuto successivamente. Ho continuato su strada da Allievo e Juniores, smettendo a 18 anni. Poi un quadriennio di interruzione totale per prestare servizio militare di negli Alpini e lavorare da stagionale a Milano Marittima, come cameriere. Continuando a farlo al bar-trattoria “da Brando” di Udine”.

Ritrovo il quale pare abbia costituito, per lei, uno sparticque esistenziale.

“Il titolare, Nevio Marazzato, mi stimolava affinché riprendessi la bici. Inoltre, un giorno venne a pranzo Aleardo Poles, presidente regionale della Federciclismo, il quale mi propose di fare il giudice di gara. Gli replicai che, se tornavo al ciclismo, era solo da agonista. Così è stato, grazie alla disponibilità  di Luigi Del Bianco che aveva una sua società “.

– Prima vittoria importante?

“Su strada, il giro delle Valli del Natisone. Nel cross, invece, lo “Spallanzani” di Roma: gara inserita nel Superprestige. Sono arrivato con Simunek, campione mondiale in carica. Ho capito che potevo salire fra i grandi. Era il dicembre 1991″.

Nel complesso, il bilancio della sua carriera la soddisfa?

“Se avessi vinto quattro, anzicchè due mondiali, non avrei rubato nulla. Nel 1999, ad esempio, avevo già  in pugno la maglia iridata e ho bucato. Ma una cosa che non digerisco ancora è il campionato italiano del 1998, disputato a Parabiago in Lombardia e che avevo regolarmente vinto. Tricolore poi toltomi dalla Federazione”.

– Per una storia di doping. Sarebbe stato riscontrato positivo proprio in concomitanza con quella gara, venendo squalificato per tre mesi…

“Sospeso per modo di dire. La Federciclismo prese il provvedimento di escludermi dalle gare regionali. Invece, per l’Unione ciclistica internazionale, ho potuto continuare l’attività  senza problemi. Situazione abbastanza paradossale”.

– Che spiegazione si è dato del caso?

“Innanzitutto ero perfettamente al corrente che, nella circostanza, sarei stato sottoposto a controllo. Conseguente la certezza di non avere assunto alcunchì: comportamento peraltro sempre tenuto in carriera. Tant’è vero che chiesi l’esame dei capelli, rivelatore se nel mio organismo c’era cocaina come sostenevano le analisi. Non hanno accettato la mia proposta. La spiegazione della vicenda? Semplice: c’era chi mi doveva dei soldi ed ha cercato di non darmeli, mettendomi fuori gioco. Però, alla fine, sono stato lo stesso pagato. Invece il titolo italiano non l’ho più riavuto, come mi spetterebbe”.

– Ha pesato il suo cattivo rapporto con la Federazione?

“Non mi ha aiutato Gianni Dal Grande, al tempo presidente regionale federale. Comunque, in nazionale, hanno continuato a convocarmi”.

A conclusione della carriera, però, invece di avvalersi della esperienza di un campione come lei affidandole qualche compito di rilievo, gli organismi federali si sono dimenticati di Daniele Pontoni.

“Il discorso è che, nel ciclismo, il Friuli Venezia Giulia è regione che non conta. Avessi abitato altrove, il mio destino sarebbe stato differente”.

– Faccia un pò di onesta autocritica. Qualche colpa l’avrà  avuta.

“Essere troppo schietto, forse. Quando alzavo la voce, lo facevo perché ritenevo di essere dalla parte del giusto”.

– La vittoria indimenticabile?

“Non perché si trattava di mondiale, ma l’arrivo a Monaco del ’97. Rimango in primo luogo un appassionato di calcio ed entrare nell’Olympia stadium, solo davanti a tutti, ha costituito una emozione unica e grande”.

– Tre persone che hanno inciso di più nella sua carriera?

“Magari tre sono poche. Dico mio zio Sereno Pontoni, Egidio Fior con lo staff della Zalf: la mia fortuna incontrarli, Pinarello, Dino Signori proprietario della Sidi: ditta che mi forniva le scarpe, Luigi Del Bianco, Eddi Gregori avuto commissario tecnico in azzurro”.

– E Luisa, fedele compagna di vita da 23 anni?

“Il suo ruolo è stato importante, sopratutto nel momenti critici. Avere avuto a fianco una donna come lei, ha significato molto”.

– Daniele Pontoni ad un nuovo capitolo di attività  sportiva: adesso alla testa della neonata scuola per mountain bike di Monte Prat.

“Ho voglia di costruire qualcosa di mio. Smesso di correre, nessuna porta si è aperta. Qui da noi risulta difficile persino solo parlare con le persone. Ritenevo che, avere portato in alto il nome della regione, meritasse una sia pure piccola riconoscenza. Meno male male che ho conosciuto uno come Enzo Cainero: peccato averlo incontrato soltanto a carriera avanzata. E’quello che più mi ha aiutato e stato vicino. Forse, nei suoi confronti, ho la colpa di non avere colto opportunità  che mi presentava”.

– Quindi, da primavera, tutti a scuola al Monte Prat?

“Con il sostegno del Comune di Forgaria e assieme a Fabio Garlatti mio collaboratore, abbiamo già  proposto un paio di giornate e la soddisfazione che danno i bambini, ed anche i loro genitori, risulta molto gratificante. Passare a loro la mia esperienza, le tante conoscenze acquisite, costituisce un obbiettivo in cui credo fortemente”.

 Che voto si dà  uno del più grandi campioni espressi dallo sport friulano?

“Per quello che so di avere fatto, un bel otto e mezzo e forse anche nove. Sono andato in giro per il mondo a lottare, con sassi e fionda, contro chi aveva il fucile”.