Di Natale, questo sconosciuto

Antonio Di Natale
Antonio Di Natale

E’ qui da nove stagioni, per l’Udinese ha segnato 152 gol, molti veri capolavori di tecnica e classe di cui abbiamo goduto fino a spellarci le mani, eppure per altri versi, fuori dal campo, Totò Di Natale resta uno sconosciuto. Non ha voluto o potuto farsi leggere nella sua dimensione più intima e umana, stabilendo un rapporto incompleto, superficiale, con il Friuli che l’ha accolto.

Anche in società dicono: «E’ un personaggio di difficile interpretazione, nel suo caso intervengono variabili non sondabili». Totò, per contro, ha sempre esternato amicizia e gratitudine alla famiglia Pozzo, che rimane il suo unico riferimento anche oggi, quando si parla di un possibile prolungamento per un altro anno del contratto in scadenza nel giugno 2014. E’ possibile, cioè, che Di Natale rimanga un giocatore bianconero fino a 37 anni suonati, inaugurando con i suoi gol il nuovo stadio. Sul dopo esistono soltanto ipotesi (allenatore e dimostratore per i giovani, talent scout?), anche se l’aver preso sotto la sua ala i due più importanti vivai udinesi, quelli di Ancona e Donatello, farebbero pensare alla volontà di mantenere agganci con la nostra città.

La statura di campione di Totò è fuori discussione, nessuno come lui è entrato di prepotenza nella storia sportiva dell’Udinese, eppure nell’immaginario collettivo altri giocatori, per tutti Zico o Bierhoff o Sensini, proprio perchè si sono dichiaratamente  svelati e “spesi” per la causa friulana, hanno lasciato una traccia indelebile nei cuori della gente, oltre ogni statistica. Non sappiamo se accadrà lo stesso, e in quale misura, per Totò.

Prendiamo il caso di due domeniche fa. Un minimo di spiegazione Di Natale la doveva dopo aver esibito la maglietta in onore di Franco Califano, appena defunto, con la foto del cantante e il celebre verso (tutto il resto è noia… ) di un suo successo. Invece la povera Giorgia di Sky è rimasta col microfono in mano, dovendo ripiegare su Benatia, né i cronisti di sala stampa hanno potuto capirci di più. Bastava che Totò si presentasse un attimo per dire che conosceva il Califfo, che era suo amico; oppure che gli piacevano le sue canzoni.

Ma può esserci un’altra chiave di lettura, più sofisticata. Mettendosi in testa di ricordare Califano con un gesto che i media avrebbero amplificato,  Totò si dava una motivazione personale aggiuntiva dopo prestazioni modeste (e il rigore sbagliato contro il Bologna) che avevano fatto fioccare i cinque in pagella. E infatti fin dai primi minuti si è visto un Di Natale vecchia maniera, voglioso e disponibile anche ai rientri per costruire gioco e situazioni non scontate. Si capiva che sarebbe stata la sua partita, che lui voleva diventasse la sua partita. Una determinazione premeditata, insomma.

A molti, e pure al sottoscritto,  quell’esibizione non è piaciuta. Togliendosi la maglia bianconera per mostrare quella con l’immagine del Califfo, Totò sapeva che sarebbe incorso nel giallo e che l’ammonizione avrebbe fatto scattare la squalifica per la partita di Parma. Poteva allora rimandare lo “spogliarello” a fine partita, con le spiegazioni del caso che sarebbe stato bello ascoltare e magari condividere perchè Califano, al di là di certi atteggiamenti esagerati, era un vero poeta, dal pensiero attento e profondo.

In questo caso – ci sentiamo di dire – un’esigenza personale, nobile quanto si vuole ma comunque egoistica, è stata anteposta agli interessi della squadra e del gruppo. Con conseguenze invero più di forma che di sostanza. (Ido Cibischino)