Dopo la gloria ho voltato pagina

Ma potrei fare il dirigente", dice Giampiero Savio

Primi passi nella sua Udine alla Patriarca, poi Snaidero, Fabriano, Reggio Calabria, Verona, Bologna sponda Virtus, Siena, Biella e definitivo ritorno nella città scaligera, con maglie azzurre, scudetto, coppa Italia e coppa Korac a completare un palmarès da sogno. Poi, appese le scarpette al classico chiodo, l’oggi cinquantenne Giampiero Savio, come il fratello Otello, per lunghe stagioni play di serie A, ha detto stop, basta con la pallacanestro attiva.

“A fare l’allenatore non ci ho mai pensato – rivela – e proposte serie d’inserimento in staff dirigenziali non ne ho ricevute. Ho in sostanza voltato pagina, dedicandomi ad un’attività commerciale che mi porta in giro per l’Italia. Ma, sono sincero, in presenza di un’occasione importante credo che un passo all’indietro potrei anche compierlo”.

– Al microfono non te la cavavi male, però…

“Già , ho fatto la spalla di Marco Caineri, qualche anno fa, agli incontri interni della Snaidero per un’emittente privata ma è stato solo un fatto episodico, per amicizia. Poi lui è andato in una televisione milanese e la mia esperienza si è conclusa”.

– La carriera di un campione è certamente costellata di episodi da conservare nello scrigno dell’anima. I tuoi?

“Momenti belli ma anche brutti, è giusto sottolinearlo, perchè anche le negatività fanno parte del bagaglio di esperienze di ognuno. E’ piacevole comunque memorizzare particolarmente i primi e i miei, oltre alle maglie azzurre, alle coppe e agli scudetti, vanno epidermicamente a quella stagione a Verona quando noi, squadra di A2 poi promossa nella massima serie, vincemmo da outsiders nel ’91 la coppa Italia. Fu una soddisfazione immensa appunto perchè ottenuta con un un gruppo non accreditato dai pronostici”.

– Agli inizi della tua carriera ci fu comunque uno scudetto che conservi nel cuore…

“Certo, quello juniores con la Snaidero allenata da Flavio Pressacco, nel maggio del ’76. Lo conquistammo in Piemonte in un momento emotivamente particolare, con il Friuli devastato dal terremoto. Per la società fu l’apice di una seria programmazione poi venuta meno negli anni successivi. E quello scudetto rimase purtroppo l’unico conquistato da un club del Friuli-Venezia Giulia”.

– E’solo un caso che allora fiorissero in regione tanti campioni?

– “I bravi ci sono sempre stati ma probabilmente quello fu un periodo in cui ci fu una concomitanza di tanti giocatori di talento e di allenatori capaci. Oggi si nota al proposito un certo scadimento generale, accentuato dall’eccessivo numero di stranieri presenti nel nostro campionato”.

– Proposte?

“Il Progetto Snaidero è una buona idea ma che alla resa dei conti pecca a mio avviso in fase organizzativa, con concretizzazione relativa dei propositi iniziali. La strada pare comunque quella giusta”.

– La piazza che, particolari entusiasmi veronesi a parte, ha lasciato in te un segno più marcato?

“Non ho dubbi, Bologna. E’ una città dove si vive e si respira basket ventiquattr’ore su ventiquattro, conferendo a un giocatore sensazioni speciali. Alla Virtus del presidente Cazzola, società blasonata ma gestita in maniera snella, quasi familiare, ho trascorso un periodo veramente bello e reso esaltante dai successi ottenuti”.